L’assegnazione della casa familiare costituisce una delle condizioni più importanti della separazione dei coniugi. La questione che si vuole esaminare riguarda la possibilità per il giudice di disporre l’assegnazione della casa coniugale, in assenza di figli, minori o maggiorenni, al coniuge economicamente più debole, come una sorta di integrazione dell’obbligo di mantenimento. Si tratta di una questione che ha evidenti risvolti pratici e sulla quale è da anni in corso un vivace dibattito nella dottrina e nella giurisprudenza. Dibattito alimentato anche dalle scelte del legislatore che non ha preso una posizione netta a favore dell’uno o dell’altro orientamento, fissando solo delle direttrici di fondo che si prestano tuttavia a diverse interpretazioni.

Casa familiare Art. 337 sexies c.c.

La norma di riferimento va ricercata nell’art. 337 sexies c.c. ai sensi del quale “Il godimento della casa familiare è attribuito tenendo prioritariamente conto dell’interesse dei figli. Dell’assegnazione il giudice tiene conto nella regolazione dei rapporti economici tra i genitori, considerato l’eventuale titolo di proprietà. Il diritto al godimento della casa familiare viene meno nel caso che l’assegnatario non abiti o cessi di abitare stabilmente nella casa familiare o conviva more uxorio o contragga nuovo matrimonio”.

E’ evidente, dalla semplice lettura di questa norma, che se da un lato si indica come criterio prioritario per l’assegnazione della casa familiare l’interesse dei figli, tuttavia si lascia aperta la possibilità di considerare l’assegnazione della casa familiare anche in funzione della regolamentazione dei rapporti economici tra i coniugi e quindi, con un profondo salto logico, la possibilità di disporre l’assegnazione della casa familiare al coniuge più debole in assenza di figli minori.

Per rispondere alla questione inerente la possibilità di disporre l’assegnazione della casa familiare al coniuge economicamente più debole pur in assenza di figli si impone un attenta analisi della funzione cui assolve l’istituto in esame muovendo da un excursus storico della normativa e della giurisprudenza succedutasi nel tempo.

PERIODO ANTECEDENTE LA RIFORMA DEL 1975 DEL DIRITTO DI FAMIGLIA

Prima della riforma del diritto di famiglia del 1975 l’istituto dell’assegnazione della casa familiare era completamente sconosciuto al diritto positivo. Pertanto, in assenza di una specifica norma di legge in materia, venivano applicate le norme sulla proprietà e i diritti reali, attribuendo, conseguentemente, la casa familiare al coniuge che vantava un legittimo titolo sulla stessa, indipendentemente da ogni considerazione sugli interessi dell’altro coniuge ovvero dei figli.

Si trattava, evidentemente, di una scelta di campo netta in favore del diritto di proprietà ritenuto preponderante rispetto ad ogni ulteriore valore inerente l’interessi dei figli e dell’altro coniuge.

E’ evidente infatti che l’istituto dell’assegnazione della casa familiare comporta una profonda compromissione al diritto di proprietà dell’assegnatario, ragion per cui le scelte del legislatore sono state condizionate dalla necessità di bilanciare i due contrapposti interessi. Bilanciamento che prima della riforma del 1975 era a pieno ed esclusivo vantaggio dell’intangibilità del diritto di proprietà.

LA CASA FAMILIARE NELLA RIFORMA DEL DIRITTO DI FAMIGLIA DEL 1975 E NELLA LEGGE 74/1987

Con la riforma del diritto di famiglia del 1975 trova ingresso nel nostro ordinamento l’istituto dell’assegnazione della casa familiare, con l’art. 155 co. 4 c.c. veniva stabilito che:<<l’abitazione nella casa familiare spetta di preferenza e, ove sia possibile, al coniuge cui vengono affidati i figli>>.

Quindi, l’assegnazione della casa familiare assumeva la funzione di proteggere i figli, consentendo loro di conservare, nonostante la disgregazione della famiglia, l’ambiente domestico, quale luogo nel quale sono radicate le loro abitudini e i loro affetti.

Successivamente, con la L.6.3.1987 n.74 venne modificato l’art. 6 sul divorzio stabilendo che:

  1. << l’abitazione della casa familiare spetta di preferenza al genitore cui vengono affidati i figli o con il quale i figli convivono oltre la maggiore età>>
  2. <<in ogni caso ai fini dell’assegnazione il giudice dovrà valutare le condizioni economiche e le ragioni della decisione e favore il coniuge più debole>>.

Questo secondo comma dell’art. 6 L. 74 del 1987 ha aperto la strada ad un interpretazione dell’istituto dell’assegnazione della casa familiare che gli assegnava, prioritariamente, la funzione di tutela della prole, ed, in via subordinata, la funzione di strumento per regolare i rapporti patrimoniali tra i coniugi, al punto di legittimare il giudice a disporre l’assegnazione della casa familiare in favore del coniuge meno abbiente pur in assenza di figli.

Questa interpretazione è stata in realtà fatta propria da parte della dottrina e dalla giurisprudenza di merito, mentre non ha trovato il consenso della giurisprudenza della Corte di Cassazione che nel tempo si è orientata a privilegiare la sola funzione di tutela della prole.

ORIENTAMENTO GIURISPRUDENZIALE MINORITARIO SULLA FUNZIONE DELL’ASSEGNAZIONE DELLA CASA FAMILIARE ALL’INDOMANI DELLE RIFORME DEL 1975 E DEL 1987

Non sono mancate, come detto, interpretazioni della normativa in commento nella giurisprudenza di merito, ed, in via minoritaria, nella stessa giurisprudenza di legittimità, nel senso di riconoscere all’assegnazione della casa familiare anche la funzione di riportare in equilibrio le condizioni economiche dei coniugi.

Secondo questo minoritario orientamento giurisprudenziale, si riconosceva al giudice la possibilità di disporre l’assegnazione della casa familiare, anche in assenza di figli, in favore del coniuge economicamente più debole, al quale veniva, così, garantito il mantenimento del tenore di vita goduto in costanza di matrimonio.

Si assegnava, pertanto, all’istituto dell’assegnazione della casa familiare la valenza di componente in natura dell’obbligo di mantenimento. In tal senso, ex plurimis si segnalano: Cass. Civ. 376/1999; 6106/1997; 7865/1994.

ORIENTAMENTO MAGGIORITARIO DELLA CORTE DI CASSAZIONE SULLA FUNZIONE DELL’ASSEGNAZIONE DELLA CASA FAMILIARE ALL’INDOMANI DELLE RIFORME DEL 1975 E DEL 1987

Sin dalla riforma del 1975, la giurisprudenza di legittimità è stata ferma nel ritenere che la funzione dell’istituto dell’assegnazione della casa familiare fosse quella di tutelare l’interesse dei figli, minorenni o maggiorenni non autosufficienti, a conservare l’ambiente domestico e delle radicate relazioni affettive, evitando loro di subire il trauma dovuto all’allontanamento dal luogo in cui sino alla separazione tra i genitori si era svolta la loro vita familiare.

Presupposto per l’assegnazione della casa familiare era dunque la presenza di figli minori o maggiorenni ma economicamente non autosufficienti.

In tal senso è significativa la sentenza pronunciata a Szioni Unite dalla Corte di Cassazione civile n.11297 del 28.10.1995 laddove si precisa che “il potere del giudice di attribuire il godimento della casa familiare ad un soggetto che su di essa non vanta alcun diritto, estromettendone il titolare, è di natura eccezionale. Esso può essere, pertanto, esercitato solo per l’esigenza di tutelare gli interessi della prole, ritenuti prioritari e prevalenti. Se così non fosse, il provvedimento di assegnazione si tradurrebbe in una sorta di “esproprio senza indennizzo” di dubbia legittimità costituzionale”. Nello stesso senso, si veda ex plurimis: Cass. Civ. 9253/2005; 11096/2002; 11696/2001; 9073/2000; 6706/2000; 565/1998; 4689/1998; 7442/1997; 2235/1006; 8426/1995.

Tra le altre sentenza della giurisprudenza di legittimità sopra segnalate, si evidenzia, in particolare, la sentenza n.2338 del 02.02.2006 pronunciata dalla Prima Sezione Civile della Suprema Corte di Cassazione in epoca di poco anteriore alla riforma del 2006. In questa sentenza si fissano chiaramente i dettami a suo tempo enunciati dalle stesse Sezioni Unite, ribadendo che:

  • l’assegnazione della casa familiare risponde all’esigenza di garantire l’interesse dei figli alla conservazione dell’ambiente domestico inteso come centro degli interessi e delle abitudini in cui si esprime e si articola la vita familiare, al fine di evitare loro l’ulteriore trauma di un allontanamento dal luogo ove si svolgeva la loro esistenza e di assicurare una certezza ed una prospettiva di stabilità in un momento di precario equilibrio familiare”;
  • se è vero che la concessione del beneficio ha anche riflessi economici, nondimeno l’assegnazione della casa familiare non può essere disposta al fine di sopperire alle esigenze economiche del coniuge più debole, a garanzia delle quali è unicamente determinato l’assegno di divorzio”.

Sotto altro profilo, i giudici delle leggi, con una successiva sentenza n.4188 del 24.02.2006 hanno avuto modo di chiarire, dopo aver ribadito la funzione esclusivamente di tutela della prole cui assolve l’assegnazione della casa familiare, che “deve escludersi qualsiasi obbligo di pagamento di un canone di locazione da parte dell’assegnatario per il godimento della casa familiare, poiché qualunque forma di corrispettivo snaturerebbe la funzione dell’istituto in quanto incompatibile con la sua finalità esclusiva di tutela della prole”.

LA FUNZIONE DELL’ASSEGNAZIONE DELLA CASA FAMILIARE NELLA RIFORMA DEL 2006 E DEL 2013

Come noto, la riforma del 2006 introduce importanti innovazioni in materia di separazione e divorzio con la regola base dell’affidamento condiviso e viene seguita dalla riforma del 2013 con la quale vengono apportate ulteriori importanti modifiche.

Resta inalterato, nelle due successive riforme, l’impianto normativo dell’istituto dell’assegnazione della casa familiare. Si può pertanto fare riferimento all’art. 337 sexies c.c. ai sensi del quale “Il godimento della casa familiare è attribuito tenendo prioritariamente conto dell’interesse dei figli. Dell’assegnazione il giudice tiene conto nella regolazione dei rapporti economici tra i genitori, considerato l’eventuale titolo di proprietà. Il diritto al godimento della casa familiare viene meno nel caso che l’assegnatario non abiti o cessi di abitare stabilmente nella casa familiare o conviva more uxorio o contragga nuovo matrimonio”.

Appare evidente come nonostante il legislatore sia intervenuto in materia di separazione e divorzio con due riforme in sequenza temporale del 2006 e del 2013, tuttavia non ha preso una posizione netta in favore dell’orientamento che vede nell’assegnazione della casa familiare uno strumento di tutela della prole, ovvero in favore del minoritario orientamento che vi ravvisa uno strumento di riequilibrio dei rapporti economici tra i coniugi.

La giurisprudenza maggioritaria è nel senso di assegnare all’istituto della assegnazione della casa familiare la funzione di tutela della prole, mentre solo un minoritario orientamento della giurisprudenza di merito e della giurisprudenza di legittimità aderisce alla più estensiva interpretazione della norma.

ORIENTAMENTO MINORITARIO SULLA FUNZIONE DELLA ASSEGNAZIONE DELLA CASA FAMILIARE

In tal senso si è pronunciato il Tribunale di Lodi con sentenza del 17 maggio 2006, assumendo che la casa familiare, di proprietà comune ai coniugi, può essere attribuita in uso al coniuge privo di adeguati redditi propri con funzione integrativa dell’assegno di mantenimento. In posizione intermedia, il Tribunale di Viterbo che con sentenza del 22.10.2006 ha statuito “il fatto che la norma menzione l’interesse dei figli come un criterio da valutarsi prioritariamente, significa che possono essere tenuti presenti altri criteri diversi da quelli legati all’affidamento dei figli o alla loro convivenza con uno dei coniugi, come ad esempio la debolezza economica o morale di un coniuge rispetto all’altro. Il che vuol dire che, in assenza di figli, mentre non è possibile l’assegnazione a chi non è proprietario, nell’ipotesi di una casa in comproprietà la stessa potrà essere assegnata solamente in base ad un criterio economico, per favorire la parte meno abbiente”.

ORIENTAMENTO MAGGIORITARIO SULLA FUNZIONE DELLA ASSEGNAZIONE DELLA CASA FAMILIARE

L’orientamento prevalente giurisprudenziale è tuttavia fermo nel senso di riconoscere all’assegnazione della casa familiare la funzione di tutelare la prole.

Sul punto, la Corte di Cassazione è nuovamente intervenuta immediatamente dopo la riforma del 2006 con la sentenza n.8221 del 07.04.2006 pronunciata dalla Prima Sezione Civile ribadendo l’orientamento interpretativo prevalente. Viene, in particolare, sottolineato come “il sacrificio della posizione del coniuge titolare di diritti reali o personali sull’immobile adibito a casa familiare, mediante assegnazione di detta abitazione in sede di divorzio o di separazione all’altro coniuge, si giustifica solo a condizione dell’affidamento a quest’ultimo dei figli minori o della convivenza con esso di figli maggiorenni ancora non autosufficiente”.

Con una sentenza di poco successiva, n. 20256 del 19.09.2006 la stessa Prima Sezione Civile della Corte di Cassazione ha ribadito che presupposto imprescindibile del provvedimento di assegnazione è la convivenza con figli minorenni o maggiorenni non economicamente autosufficienti, e che, in difetto di tale presupposto, il provvedimento di assegnazione della casa familiare sarebbe illegittimo, in quanto si “tradurrebbe in una sostanziale espropriazione del diritto di proprietà, tendenzialmente per tutta la vita del coniuge assegnatario in danno del contitolare”.

CONSIDERAZIONI CONCLUSIVE

Non può non convenirsi con la linea interpretativa della giurisprudenza di legittimità nel senso di valorizzare il dato di fatto inconfutabile dei riflessi che il provvedimento di assegnazione della casa familiare ha sul diritto di proprietà dell’altro coniuge , il quale subisce una profonda compromissione.

Il legislatore prima e l’interprete poi si trovano di fronte alla necessità di operare un giudizio di bilanciamento tra valori costituzionalmente garantiti.

Il problema che si pone è il seguente: quali sono i limiti entro i quali si può ritenere consentito comprimere il diritto di proprietà sulla casa familiare?

Per rispondere a questo interrogativo bisogna considerare che:

  • i rapporti economici tra i coniugi trovano la loro corretta collocazione con il provvedimento che dispone nell’an e nel quantum il mantenimento a carico dell’un coniuge ed in favore dell’altro;
  • nel regolamentare i rapporti economici il giudice terrà anche conto dell’eventuale assegnazione della casa familiare.

Riconoscere all’assegnazione della casa familiare anche la funzione di riequilibrare i rapporti economici tra i coniugi appare un salto logico che non tiene conto delle sopra esposte considerazioni e che grava, senza giustificazione, il diritto di proprietà vantato dal coniuge non assegnatario sull’abitazione coniugale.

Non può, pertanto, non convenirsi l’orientamento prevalente che richiede quale presupposto imprescindibile per l’adozione del provvedimento di assegnazione della casa familiare la convivenza del coniuge assegnatario con i figli, minori o maggiorenni non autosufficienti.