Il caso di Mamma Ebe nasce da lontano. La “maga guaritrice” Ebe Giorgini, negli anni Settanta, fondava l’ordine religioso della Pia Unione Opere di Gesù Misericordioso. Il predetto ordine religioso, pur non avendo ottenuto il riconoscimento formale della Chiesa Cattolica, operava, comunque, nel suo ambito. Ne trattiamo, in questa guida, con uno sguardo ai limiti del consenso dell’avente diritto di cui all’art. 50 c.p.. Problema che si lega alla libertà di adesione religiosa.

Il caso di Mamma Ebe in pillole

Molto si è raccontato sul caso di Mamma Ebe. La sua storia è stata indagata non solo in sede giudiziaria ma anche da eminenti giornalisti di cronaca nera. Ci limiteremo, quindi, agli spunti che interessano la nostra prospettiva di indagine.

caso di Mamma EbeL’ordine religioso fondato da Mamma Ebe vantava un numero molto elevato di adepti. Tra cui molte donne che vi erano entrate per prendere i voti e farsi suore. Chi entrava nell'ordine religioso accettava alcune fondamentali regole, tra cui il voto di castità, povertà ed obbedienza.

Ed accettavano, soprattutto, di sottostare per tutta la loro vita alle direttive impartite dalla “santona” Mamma Ebe.

La “santona”, insieme ai suoi più stretti collaboratovi, imponeva agli adepti il rispetto delle regole dell’ordine attraverso violenze fisiche e psicologiche. Gli adepti non potevano, neanche, allontanarsi dall'Istituto, fatto questo che ha fondato la contestazione di sequestro di persona.

LA SENTENZA DELLA CORTE DI APPELLO DI TORINO FA SCUOLA SUI LIMITI DEL CONSENSO DELL’AVENTE DIRITTO

La Corte di appello di Torino, nonostante la parziale riforma della sentenza di primo grado, riconosceva Mamma Ebe e i suoi collaboratori colpevole dei reati ascritti. In particolare, per i reato di sequestro di persona si poneva il problema della rilevanza del consenso fornito dalle vittime al momento dell’adesione all'ordine.

La difesa sosteneva, infatti, che il fatto non fosse antigiuridico ex art. 50 c.p, in quanto gli adepti avevano preventivamente accettato la regola di non allontanarsi dall'Istituto.

Il passaggio centrale della motivazione della Corte va rinvenuto nel legame tra consenso adesivo e revoca dello stesso successiva. Sostenevano i giudici torinesi che il consenso adesivo era espressione del diritto di associazione. Ma che ad esso non poteva mai fare difetto il corrispettivo speculare della revoca del consenso, quale manifestazione del diritto di dissociazione.

Nella lezione sul consenso dell’avente diritto, abbiamo visto come esso si configura quale atto giuridico revocabile. Il punto era proprio questo. Vi era il consenso in via preventiva all'accettazione incondizionata delle direttive di Mamma Ebe, ma, di fatto, era preclusa la libertà di lasciare in qualsiasi momento e senza alcuna giustificazione l’ordine religioso.

IL DIRITTO DI DISSOCIAZIONE QUALE DIRITTO INDISPONIBILE

Il diritto di dissociazione degli adepti era, di fatto, inesistente. Infatti, emerse chiaramente che gli adepti venivano sottomessi con l’inganno, con minacce e violenze fisiche e psicologiche. In realtà, erano strumenti nel pieno controllo di Mamma Ebe e dei suoi collaboratori.

La Corte ha avuto modo di sottolineare l’inammissibilità di un consenso preventivo, e sine die, di rinuncia alla propria libertà personale. Si può esprimere un valido consenso purché permanga la libertà di revocare, in ogni momento, il consenso dato.

LIBERTÀ RELIGIOSA, ADESIONE E ORDINAMENTO GIURIDICO

La Corte d’Appello di Torino parte dall'assunto che il nostro ordinamento giuridico riconosce “il primato del valore della vita, dell’integrità fisica e della salute”. Pertanto, prosegue la Corte “è palese che il consenso dell’avente diritto non può estendersi alla messa in pericolo di questi beni, come effetto mediato dell’accettazione della regola di obbedienza”.

Ne consegue, secondo la Corte, che l’atto giuridico alla base dal consenso non comporta la liceità delle condotte illecite compiute nell'ambito dell’organizzazione. Ciò lederebbe l’art. 31 delle disposizione sulla legge in generale. Si tratta, infatti, della norma secondo la quale “in nessun caso le private disposizioni e convenzioni possono avere effetto nel territorio dello Stato quando siano contrarie all'ordine pubblico ed al buon costume”.

Conclude, quindi, la Corte d’appello di Torino, sul noto caso di Mamma Ebe, che il consenso dell’avente diritto “avrà rilevanza solo in caso di limitazioni “circoscritte e secondarie”.

Invece, “sarà invalido allorché ne determina la distruzione oppure menomazioni così gravi da diminuire in modo notevole la funzione sociale dell’individuo, nonché nei casi in cui gli atti di disposizione siano comunque contrari alla legge, al buon costume o all'ordine pubblico".

NON E’ IN DISCUSSIONE LA LIBERTÀ RELIGIOSA

Il problema, come evidenziato dai giudici torinesi e poi, nel 1986 dalla Corte di Cassazione che confermava la sentenza di secondo grado, non riguarda la libertà religiosa. Resta fermo il diritto, costituzionalmente garantito, della libertà religiosa.

Non è neanche il discussione il fatto che l’adesione ad un ordine religioso possa comportare l’accettazione di limitazioni della propria libertà personale.

Ma Mamma Ebe con i suoi collaboratori era decisamente andata oltre. Tralasciando le condotte truffaldine, le falsità con cui gli adepti venivano convinti, il punto cruciale era nelle pratiche violente con cui si otteneva il rispetto delle regole.

Il consenso dell’avente diritto in materia di libertà religiosa si lega ai limiti in cui lo Stato può riconoscere le limitazioni delle libertà individuali all'interno delle organizzazioni confessionali. Queste limitazioni non possono mai arrivare al punto di compromettere la dignità dell’individuo.