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Desistenza volontaria e pentimento operoso: disciplina e differenze

desistenza volontariaLa DESISTENZA VOLONTARIA consiste nell’interruzione volontaria dell’attività criminosa da parte dell’agente prima del compimento dell’intera condotta tipica. Essa rappresenta quindi una speciale ipotesi di non punibilità degli atti di tentativo.

Ne parliamo, quindi, dopo le precedenti lezioni sul delitto tentato. Ricorda di rileggerle se hai ancora dubbi. Sia la prima lezione che delinea le caratteristiche del tentativo, sia la seconda lezione nella quale si analizzano alcune specifiche ipotesi di delitto tentato.

Non smetterò mai di rammentarvi l’importanza di aver chiaro il contesto giuridico di riferimento di ogni istituto che studiate, Mi rivolgo, da questo punto di vista, agli studenti universitari di giurisprudenza e a chi è impegnato a studiare diritto per la preparazione di un concorso. E’ fondamentale avere una metodologia di studio appropriata.

Natura e disciplina dell’istituto della desistenza volontaria

La disciplina della desistenza volontaria è contenuta nell'art. 56 3^ comma cp. Fateci caso, si tratta proprio dell'articolo dedicato, prioritariamente, al tentativo. La ragione di questa collocazione sistematica della desistenza volontaria vi sarà chiara tra non molto.

Il comma 3 dell'art. 56 cp stabilisce: “Se il colpevole volontariamente desiste dall’azione, soggiace soltanto alla pena per gli atti compiuti, qualora questi costituiscano per sé un reato diverso”. Naturalmente, è fatta salva la responsabilità del “colpevole” per il reato diverso, che egli abbia eventualmente realizzato, prima di interrompere il tentativo del delitto che aveva di mira.

Esempio. Tizio, con la finalità di rubare un autovettura, si avvicina alla stessa ed inizia a forzarne la serratura. Riuscito nell'intento di forzare la serratura, viene preso dal rimorso, e si allontana velocemente.

L'esempio mostra un caso di desistenza volontaria. Tizio desiste dal portare a compimento il reato di furto. La condotta tipica non si è perfezionata.

Possiamo dire che Tizio potrà dormire sonni tranquilli? Assolutamente no, in quanto ha, pur sempre, forzato la serratura e, quindi, danneggiato la vettura. Tizio non risponderà, per la desistenza volontaria, del furto, ma risponderà di danneggiamento..

Incompatibilità con il tentativo compiuto

Attenzione! Ragioniamo sul fatto che Tizio si è fermato prima che la condotta tipica del furto fosse integrata. Cosa significa questo in termini giuridici?  Vuol dire che siamo in presenza di un tentativo incompiuto di furto.

La formulazione dell’art. 56 cp rende manifesto che la speciale ipotesi di irrilevanza degli atti di tentativo, in esso prevista, concerne esclusivamente la figura del tentativo incompiuto.

In altri termini, la desistenza volontaria è strutturalmente incompatibile con l’ipotesi del tentativo compiuto.

Non è possibile, infatti, “desistere” da un’azione che si è già compiuta per intero. Chi ha definitivamente liberato le energie causali dirette alla produzione dell’evento, può soltanto, con una nuova azione, impedire il verificarsi dell’evento: ipotesi, questa, prevista dal successivo co. 4 dell’art. 56.

LA DESISTENZA NEI REATI OMISSIVI

Se nei delitti commissivi è sufficiente, ad integrare la desistenza volontaria, che l'agente arresti in itinere il compimento degli atti diretti a commettere il delitto, nei delitti omissivi la dinamica è opposta.

Parliamo di delitti nei quali la condotta consiste nel non fare ciò che era doveroso fare. Si richiede quindi che l'autore si attivi nella direzione opposta: quella, cioè, del compimento dell'azione doverosa.

Nel caso dei reati omissivi propri, la desistenza è configurabile nei limiti in cui sia configurabile, in astratto, la stessa fattispecie del tentativo.

Vediamo, invece, questa regola nei reati omissivi impropri. In tal caso, a fini della desistenza volontaria, è necessario che il soggetto attivo intraprenda la condotta dovuta in base alla propria posizione di garanzia.

Esempio. Mevia, affetta da grave depressione post partum, decide di far morire di fame il figlio neonato. Omette quindi di nutrirlo, fin quando, in un momento di lucidità, interviene in direzione opposta, dando il giusto nutrimento al figlio.

RECESSO ATTIVO O PENTIMENTO OPEROSO

La categoria giuridica del pentimento operoso allude al volontario impedimento dell’evento da parte dell’agente che ha già posto in essere l’attività delittuosa tipica.

La nostra norma di riferimento è sempre l'art. 56 al comma 4. La regola da seguire è la seguente. "Se il colpevole di un delitto tentato volontariamente impedisce l’evento, soggiace alla pena stabilita per il delitto tentato, diminuita da un terzo alla metà”.

Siamo in presenza di una circostanza attenuante speciale (riferibile esclusivamente alla fattispecie del delitto tentato). Teniamo, presente, inoltre, che si tratta di circostanza ad effetto speciale. Ricordate cosa significa?

Volendo classificare ulteriormente questa circostanza del reato, potremmo anche dire che si tratta di circostanza susseguente. Consiste, infatti, in una condotta susseguente al compimento dell’azione e diretta volontariamente ad impedire il verificarsi dell’evento a cui l’azione era diretta.

Rapporto con la desistenza volontaria

Desistenza e recesso sembrano dunque, presentarsi come fattispecie rigidamente alternative, poiché l'una è inerente ad una azione “che non si compie”, mentre l'altro presuppone, per definizione, un tentativo perfetto.

  • La desistenza volontaria sarebbe configurabile solo fin quando l'agente conserva la piena padronanza finalistica dei decorsi causali diretti a produrre l'evento. Ricordi? E' incompatibile con il tentativo compiuto.
  • Il recesso, invece, implica un tentativo compiuto.  L'iniziativa che “impedisce l'evento” non potrebbe che configurarsi come un'attività di tutela del bene, successiva all'esaurimento dell'attività esecutiva, diversa ed antitetica da essa.