doloIn questa lezione iniziamo ad occuparci del dolo nel reato commissivo. Sappiamo che si tratta di un elemento soggettivo e che, insieme alla colpa, costituisce uno dei criteri di imputazione soggettiva del fatto al suo autore.

A differenza della colpa, il dolo è criterio generale di imputazione soggettiva, operando, invece, la colpa solo nei casi espressamente previsti dalla legge. In tal senso è chiaro l’art 42 c.p.Nessuno può essere punito per un fatto preveduto dalla legge come reato se non la commesso con dolo, salvi i casi di delitto preterintenzionale o colposo espressamente preveduti dalla legge”.

Approfondiremo due aspetti: la funzione del dolo, ovvero la sua collocazione sistematica nella teoria generale del reato e gli elementi strutturali della previsione e della volontà.

Funzione del dolo nella teoria oggettiva del fatto tipico

Sappiamo, dalle lezioni precedenti, che il dolo, secondo gran parte della dottrina è uno degli elementi della colpevolezza e che, invece, secondo altri autori, si tratta di un elemento del fatto tipico.

Abbiamo approfondito la teoria oggettiva del fatto tipico in una precedente lezione a cui vi suggerisco di tornare per un breve ripasso dell'argomento.

In questa sede, la teoria suddetta ci serve per spiegare per quale motivo, secondo molti autori, il dolo ed in generale l'elemento soggettivo del reato non entra a far parte del fatto tipico.

Quale elemento psicologico, esso dovrebbe restare fuori dal giudizio di tipicità. Quest'ultimo si configurerebbe come mera corrispondenza tra fatto concreto, oggettivamente percepibile, e fatto quale descritto dalla norma incriminatrice. 

Il Giudice dovrebbe, in questo primo giudizio, limitarsi a verificare se l'imputato con la sua condotta ha dato causa, sotto il profilo oggettivo, all'evento.

Si opera, quindi una netta scissione tra elementi oggettivi del reato, propri del fatto tipico, ed elementi soggettivi rientranti nella categoria della colpevolezza.

Il timore di questi autori è che la commistione tra elementi oggettivi e soggettivi nel giudizio di tipicità possa pregiudicare le istanze proprie del principio di materialità.

Il fatto tipico sarebbe espressione di questo principio che limita l'area del penalmente rilevante ai soli propositi che si siano concretamente estrinsecati nella realtà esterna.

La teoria oggettiva e soggettiva del fatto tipico

Questa teoria puramente oggettiva del fatto tipico è stata superata dalla gran parte della dottrina e dalla giurisprudenza, concordi nel ritenere che la tipicità del fatto non è del tutto scevra da elementi soggettivi.

Un primo argomento a favore di questa seconda tesi riguarda il dolo specifico. Diverse fattispecie di reato sono, infatti, descritte e tipizzate in funzione di una determinata finalità della condotta.

Si veda, nella citata lezione sul fatto tipico, l'esempio inerente la distinzione tra reato di ratto a fine di libide e ratto a fine di matrimonio e quello sulla distinzione tra abuso di mezzi di correzione e maltrattamenti in famiglia. Esempi calzanti per comprendere come anche gli elementi soggettivi contribuiscono a qualificare il fatto tipico.

I citati reati possono essere distinti tra loro sono in ragione del dolo specifico pur avendo il medesimo contenuto oggettivo. Questo significa quei fatti, presi nella loro oggettività, non riescono ad esprimere il disvalore del fatto tipico fondante il trattamento sanzionatorio per essi previsto. 

Il dolo come elemento del fatto tipico

Un ulteriore sviluppo di questa teoria si fonda su un argomento difficilmente superabile.

Il legislatore nel prevedere un determinato fatto umano come tipo di reato e nel comminare per quel fatto tipico una determinata sanzione tiene conto del suo disvalore giuridico e sociale. Non si spiegherebbe altrimenti perché alcune fattispecie sono punite con pene più severe a differenza di altre.

Si pensi al reato di omicidio doloso e colposo. Sotto il profilo oggettivo essi hanno un identico contenuto. La condotta consistente nell'uccidere un uomo è, sotto il profilo puramente oggettivo, tipica sia per l'omicidio doloso sia per quello colposo.

Eppure si tratta di due fatti tipici diversi e ciò trova proprio nel divario enorme tra trattamento sanzionatorio previsto per l'uno e per l'altro. 

E' proprio l'elemento soggettivo a diversificare questi due fatti tipici. La condotta tipica dell'omicidio doloso non può ridursi al mero comportamento esteriore che causa la morte di un uomo.

Essa si qualifica e caratterizza in quanto si tratta di una condotta che traduce la previsione e volontà dell'agente, il quale ha agito per uccidere.

Di converso la condotto tipica dell'omicidio colposo non è espressione di volontà consapevole di cagionare la morte di un uomo. L'evento morte può essere stato, potenzialmente, previsto dall'agente, ma non era voluto.

La compenetrazione tra oggettivo e soggettivo consente di cogliere la vera essenza del fatto tipico

Può considerarsi calzante l'obiezione che l'inserimento dell'elemento soggettivo tra gli elementi costitutivi del fatto tipico possa pregiudicare le funzioni di garanzia cui la tipicità assolve?

Questa obiezione che riguarda la pericolosa commistione tra elementi oggettivi e soggettivi viene superata facendo osservare come il dolo, in realtà, si oggetivizza nel fatto tipico.

Abbiamo visto come nella distinzione tra omicidio doloso e colposo il fatto tipico oggettivamente inteso non riesce a spiegare la differenza tra le due figure di reato.

Nel contempo, possiamo osservare come, ai fini del giudizio di imputazione del fatto al suo autore, non è tanto l'elemento soggettivo preso in se stesso ad assumere rilievo.

Ipotizziamo che Tizio vuole uccidere Caio. Riflette sul modo in cui ucciderlo, sul tipo di condotta da porre in essere per causarne la morte.

Se questo proposito omicidiario di Tizio rimane nello stadio di mero proposito interno non avrà alcuna rilevanza penale.

Il dolo considerato astrattamente, senza riferimento ad un fatto tipico estrinsecatosi nella realtà esterna non produce alcun effetto. Esso, bensì, assume rilevanza penale quando si estrinseca nella condotta che da causa all'evento voluto. Il dolo deve, cioè, oggettivarsi, compenetrarsi nel fatto tipico materiale.

La compenetrazione tra fatto oggettivo e soggettivo è la risultante piena del fatto tipico colto nella sua essenza di fatto significativo ed offensivo del bene o interesse tutelato dalla norma incriminatrice.

L'elemento soggettivo, quindi, ci permette di comprendere perché un determinato fatto oggettivo sia stato previsto dal legislatore come fatto tipico di reato e punito con una determinata pena.

Doppia funzione del dolo

Altri autori, invece, pur riconoscendo che il dolo costituisca elemento del fatto tipico, riconoscono allo stesso una doppia funzione.

Da un lato, appunto, quella di contribuire alla tipicità del fatto, dall'altro la funzione di fondare la responsabilità penale come forma più grave di colpevolezza. 

Chi agisce con dolo aggredisce il bene protetto dalla norma incriminatrice con maggiore intensità rispetto a chi agisce con colpa.