infermitàIn questa lezione trattiamo dell’infermità prevista dall’art. 88 c.p. e dall’art.89 c.p. come causa di esclusione o dell’imputabilità o riduzione della pena. Se ricordate, nella lezione sull’imputabilità avevamo accennato all’esistenza accanto a cause codificate (minore età) di altre cause non codificate di esclusione dell’imputabilità.

L’infermità rientra tra le cause non codificate e è tale da escludere l’imputabilità solo se è stata tale da compromettere la capacità di intendere o di volere al momento del fatto.

Introduzione alla disciplina del codice penale sull’infermità

L’art. 88 c.p. stabilisce cheNon è imputabile chi, al momento in cui ha commesso il fatto, era per infermità in tale stato di mente da escludere la capacità di intendere o di volere”.

Questa norma si riconduce al c.d. vizio totale di mente. Non basta accertare che l’imputato, al momento del fatto, era in stato di infermità per escludere la sua imputabilità. E’ necessario, altresì, accertare se l’infermità sia stata tale da incidere sullo stato mentale dell’imputato. E più in particolare, bisognerà accertare se questo condizionamento sul suo stato mentale abbia pregiudicato la sua capacità di intendere o di volere quando ha commesso il fatto.

Il primo e fondamentale problema che pone questa norma riguarda la definizione del concetto di infermità. Si tratta di capire, cioè se la categoria dell’infermità sia equivalente a quella di malattia mentale.

Stesso problema si pone con l’art. 89 c.p. che prevede la c.d. seminfermità. Si riferisce a quella situazione di infermità che non ha comportato un vizio totale di mente. Di converso ha posto il soggetto in stato di mante tale da scemare grandemente, senza escluderla, la capacità di intendere o di volere.

Altra norma collegata all’infermità e che ha avuto grande rilievo sul dibattito relativo al rapporto tra infermità mentale e malattia mentale è quella dell’art. 90 c.p.. Una norma che in modo lapidario stabilisce che :”Gli stati emotivi e passionali non escludono né diminuiscono l’imputabilità".

Punti critici delle norme sul vizio di mente

Se leggete attentamente gli artt. 88 e 89, vi renderete conto che non brillano certo per chiarezza. Parlare di infermità e vizio di mente che esclude o diminuisce la capacità di intendere o di volere serve solo a porre la prima come antecedente necessario del secondo. Il vizio di mente, totale o parziale, deve derivare da un infermità.

Non ci dice nulla, invece, su cosa debba intendersi per infermità. Vediamo, quindi, gli aspetti di maggiore criticità che affronteremo.

  1. Dobbiamo considerare per infermità solo quella che deriva da una malattia mentale o anche quella che deriva da una malattia fisica produttiva di vizio di mente?
  2. Il concetto stesso di malattia mentale va inteso in senso medico psichiatrico, con riferimento alle patologie organiche che rientrano nella nosografia psichiatrica?
  3. Oppure, esso può essere esteso fino a comprendere anche disturbi della personalità che non rientrano nella nosografia psichiatrica?

Le problematiche poste dagli artt. 88 e 89 c.p. hanno determinato un rapporto particolare tra diritto e scienza. Chiamato a risolvere i problemi applicativi è il Giudice penale, il quale, per ovvie ragioni tecniche, si avvale dell’ausilio di consulenti tecnici.

Questi ultimi, psichiatri forensi, hanno il compito di stabilire se l’infermità ha inciso e in che misura sulla capacità di intendere o di volere al momento del fatto. Pertanto, non è difficile immaginare che a seconda dell’approccio scientifico dominante in ogni momento storico, il concetto di infermità sia stato variamente interpretato.

L’APPROCCIO MEDICO SULL’INFERMITA’ MENTALE

In origine, la giurisprudenza ha accolto l’approccio medico, proprio della scienza psichiatrica, che equiparava l’infermità alla malattia mentale avente un substrato organica o biologico.

In base a questo approccio è possibile ricondurre un disturbo psichico ad una malattia mentale a condizione che rientri nelle classificazioni della nosografia psichiatrica.

Nella stessa, appunto assumevano, in origine, rilievo solo le malattie mentali che avevano una causa organica o biologica. Vi rientravano quindi anche i disturbi psichiatrici derivanti da una malattia fisica.

Dottrina e giurisprudenza ritenevano che questa interpretazione dell’infermità corrispondesse alla volontà dal legislatore del 1930. Il legislatore avrebbe voluto ancorare l’accertamento sull’infermità mentale a parametri certi. Questi ultimi potevano essere garantiti sono dalla scienza medica.

In questo orientamento è evidente la finalità di assicurare la certezza del diritto. Nel contempo, escludendo tutti i disturbi psichici non aventi causa organica o biologica, si rispondeva anche ad esigenze di difesa sociale. Si voleva evitare un eccessiva dilatazione dell’ambito di operatività dell’art. 88 c.p., scongiurandone uno strumentale utilizzo ai fini dell’esclusione dell’imputabilità.

Di conseguenza, non assumevano rilevanza ai sensi dell’art. 88 c.p. le anomalie psichiche ed i disturbi della personalità. Non veniva riconosciuta, l’infermità mentale, in presenza di disturbi paranoidi, schizoidi, narcisisti e borderline. Essi rientravano, infatti, non novero dei disturbi della personalità non riconosciuti dalla scienza medica come malattia mentale.

Si esclude inoltre rilevanza alle nevrosi ed alle psicopatie. Le stesse erano configurate, dalla scienza medica, come mere alterazioni caratteriali. Erano quindi prive di rilevanza giuridica al pari degli stati emotivi e passionali di cui all’art. 90 c.p..

L’APPROCCIO GIURIDICO NELLA SUA VERSIONE INIZIALE BASATA SULLA CONCEZIONE PSICOLOGICA DELL’INFERMITA’

Secondo questo diverso approccio, ciò che rileva non è tanto il substrato organico o biologico del disturbo psichico, ma la sua incidenza sulla capacità di intendere o di volere. Quello che interessa al giurista è stabilire se, al momento del fatto, l’imputato fosse in condizione di comprendere il significato della sua condotta e di agire conseguentemente.

Questo secondo orientamento emerge, seppure minoritario, sin dagli inizi del Novecento. Un periodo di impero e dominanza assoluta dell’orientamento medico psichiatrico.

Ma siamo in un epoca in cui si sviluppa ed assume sempre più influenza l’opera di Sigmund Freud. In questa fase l’approccio giuridico si fonda, quindi, su una concezione psicologica di infermità, che troverà più largo accoglimento negli anni Sessanta e Settanta.

Secondo questa originaria concezione psicologica, i disturbi psichici vanno ricondotti a disarmonie dell’apparato psichico. In forza di esse, le fantasie inconsce raggiungono un tale potere che la realtà psicologica diventa, per il soggetto, più significante della realtà esterna.

Quando questa realtà inconscia prevale sul mondo reale, si manifesta la malattia mentale. Di conseguenza, secondo questo approccio, assume rilievo giuridico l’incapacità di intendere o di volere dovuta anche alle psicopatie e alle nevrosi.

LA CONCEZIONE SOCIOLOGICA DI MALATTIA MENTALE INVALSA NEGLI ANNI SETTANTA

Un ulteriore ampliamento della categoria dell’infermità si verifica con la concezione sociologica che si diffonde agli inizi degli anni Settanta. All’interno dell’approccio giuridico, alcuni giuristi abbracciano questa nuova concezione dell’infermità.

Secondo la concezione sociologica la malattia mentale è disturbo psicologico che ha origine sociale. L’ambiente sociale in cui è vissuto l’imputato può assumere rilievo per determinare se al momento del fatto fosse in stato di infermità giuridicamente rilevante.

Si tratta di un ampliamento della categoria dell’infermità mentale sin troppo estesa che giunge ad escludere rilievo alla malattia mentale sia in senso medico che psicologico.