PASLa PAS (sindrome di alienazione parentale) costituisce un tema tanto discusso quanto ancora poco considerato nella sua rilevanza oggettiva dai giudici della Corti territoriali.

 

LA PAS IN PILLOLE

Come suggerisce l’espressione, e senza voler indulgere in digressioni di natura psicologica, la PAS vede da una parte uno dei genitori che pone in essere verso il figlio minore condotte volte a far sì che quest’ultimo si schieri completamente dalla sua parte, maturando nel contempo un’immagine così negativa dell’altro genitore da giustificare il suo rifiuto di ogni frequentazione. In fondo, il genitore “alienante” si prefigge quale obiettivo finale la totale interruzione di rapporti tra l’altro genitore ed il figlio minore.

 

LA PAS NEGA IL DIRITTO ALLA BIGENITORIALITA’

Oltre alle innumerevoli tesi volte a disconoscere validità scientifica alla PAS, gli stessi giudici territoriali manifestano una totale diffidenza verso questo forma di manipolazione del minore. Sul punto recentemente è intervenuta la Corte di Cassazione con una sentenza dell’aprile 2016 (sentenza n. 6919) con cui ha ricondotto la problematica della PAS nei giusti binari del dovere del giudice di accertamento probatorio dei fatti denunciati dal genitore bersaglio, a prescindere da astratti giudizi inerenti la validità scientifica o meno della sindrome di alienazione parentale.

 

LA CASSAZIONE SULLA PAS

La causa giungeva al terzo grado di giudizio all’esito di un giudizio dinanzi al tribunale per i Minorenni e del giudizio di secondo grado, nei quali venivano esposti dal genitore bersaglio, nella specie il padre, comportamenti dell’altro genitore consistenti in una capillare campagna denigratoria nei suoi confronti svolta sulla figlia minore, che avrebbero avuto come esito il rifiuto della minore di frequentare il padre. I giudici territoriali, lungi dall’approfondire adeguatamente questo aspetto, considerato dalla difesa del genitore bersaglio quale fenomeno tipico di PAS, giungevano a vietare ogni tipo di frequentazione tra padre e figlia minore. In questo punto, sono intervenuti i giudici di legittimità, i quali hanno osservato come in realtà il divieto di frequentazione tra padre e figlia minore avrebbe potuto trovare un logico fondamento solo ove adeguatamente motivato. Sennonché i giudici di primo e secondo grado si sono limitati a prendere atto del rifiuto della figlia senza accertarne adeguatamente le motivazioni. Fatto questo ancor più grave se si considera che il padre aveva rigorosamente illustrato una plausibile ragione del rifiuto riconducibile alle condotte manipolatorie dell’altro genitore.

La Corte di Cassazione ha quindi riconosciuto la necessità di accertare, con i comuni mezzi di prova, se nel rifiuto della minore di frequentare il padre fosse riscontrabile un contributo causale significativo delle eventuali condotte alienanti della madre, riconducendo la tematica della PAS nei corretti binari della dinamica giurisdizionale.