relazione omosessualeTorniamo a parlare dell’addebito della separazione con riferimento al caso in cui uno dei coniugi intrattenga una relazione omosessuale. Si tratta di una questione esplorata a fondo in una recente sentenza del Tribunale di Milano del 19.03.2014, evocato dal marito che, chiedendo la separazione dal coniuge, domandava altresì l’addebito della stessa alla moglie in quanto aveva intrattenuta ed intratteneva ancora una relazione omosessuale. Il Tribunale di Milano, nella citata sentenza rigettava la domanda di addebito nei confronti della moglie che, pur intrattenendo una relazione omosessuale, causa della rottura del matirmonio non aveva coscienza e volontà di violare i doveri coniugali.

La relazione omosessuale causa di addebito della separazione?

Questi, riassumendo, sono i fatti portati dai coniugi a conoscenza del Giudicante. Il marito assumeva che la moglie aveva intrapreso da tempo una stabile relazione affettiva con una donna residente nello stesso condominio ove i coniugi vivevano e che a causa della riferita relazione omosessuale la moglie aveva progressivamente disatteso ad i propri doveri di cura verso le figlie. Sulla base di queste premesse, il marito chiedeva l’affidamento esclusivo delle figlie, l’assegnazione della casa coniugale, ed un assegno di mantenimento a carico della moglie come contributo per il mantenimento delle figlie, oltre all’addebito della separazione per la riferita relazione omosessuale. La moglie, a sua volta, confermava la citata relazione omosessuale, precisando che era, però stata intrattenuta in forma riservata, senza recare pregiudizio alla reputazione e all’onore del marito. Esponeva inoltre che i coniugi da oltre due anni non avevano rapporti sessuali per un reciproco disinteresse e allontamento spirituale e fisico. Sulla base di tali premesse, la moglie a sua volta chiedeva l’affidamento condiviso delle figlie, la collocazione delle stesse presso la casa coniugale, l’assegnazione della casa coniugale, ed un assegno di mantenimento di €. 800,00 per il mantenimento dei figli oltre ad €. 400,00 per il mantenimento della moglie a carico del marito.

La relazione omosessuale, punto dolente inespresso, nella decisione del Tribunale di Milano

Il Tribunale di Milano, preso atto della relazione omosessuale intrattenuta dalla moglie, su accordo delle parti, disponeva una CTU psicologica tesa a valutare l’idoneità genitoriale dei due genitori.

Sorge spontaneo il dubbio se la relazione omosessuale intrattenuta dalla moglie abbia in qualche modo costituito motivo determinante, anche se non esclusivo, per disporre la CTU psicologica.

Sembrerebbe quasi, alla luce della disposta CTU psicologica, che in presenza di una mai sconfessata relazione omosessuale di uno dei genitori, sia doveroso mettere in dubbio la capacità genitoriale dello stesso e richiedere ad un professionista una valutazione ad hoc. Del resto, se, nel caso di specie, la moglie avesse intrattenuto clandestinamente la citata relazione omosessuale, senza destare dubbi nel marito, con tutta probabilità nessuno avrebbe pensato di dover sottoporre a giudizio la sua idoneità come genitore.

Relazione omosessuale ed inibizione a far frequentare i figli alla nuova compagna

All’esito della CTU, il Tribunale stabiliva che le figlie fossero affidante congiuntamente ad entrambi i coniugi, con collocazione domiciliare presso la madre, ma con inibizione per quest’ultima di frequentare la sua compagna alla presenza delle figlie. Per onestà intellettuale, giova dire che medesima inibizione riferita ad eventuali nuove compagne è stata disposta anche nei confronti del marito, ma pare evidente che la relazione omosessuale intrattenuta dalla moglie rappresenti, agli occhi dei Giudici milanesi, un pericolo per l’armonico sviluppo psico fisico delle figlie. Per vero, nella sentenza in commento non si fa riferimento alla alla relazione omosessuale del genitore quale potenziale pericolo per i figli minori, ma sorge spontaneo il dubbio che questo sia il passaggio sottinteso alla citata pronuncia. Come dire che il genitore che intrattiene una relazione omosessuale rischia di confondere i figli circa la loro identità sessuale, quasi l’omosessualità fosse una patologia trasmissibile con il solo esempio.

I sottintesi della dibattuta sentenza sembrano rifarsi a stereotipi culturali e sociali che vedono la condizione omosessuale come un problema da tenere nascosto.

Relazione omosessuale e incapacità di intendere e di volere?

Interessanti sono, per altri versi, anche i passi della citata sentenza in cui i Giudici milanesi si interrogano sulla domanda di addebito svolta dal marito contro la moglie rea di intrattenere da tempo una relazione omosessuale.

Nel caso di specie, una prima valutazione riguardava se la relazione omosessuale intrattenuta dalla moglie fosse stata causa del fallimento dell’unione coniugale. Emergeva dall’istruttoria che causa della rottura del legale coniugale era, in effetti, stata proprio la relazione omosessuale intrattenuta dalla moglie.

Sennonchè, pur accertato che la citata relazione omosessuale fosse da considerare causa della crisi coniugale, veniva fatto un ulteriore approfondimento che portava i giudici milanesi a domandarsi se la moglie, resasi responsabile di gravi violazioni dei doveri coniugali, avesse avuto coscienza e volontà delle inadempienze predette. Viene, in primo luogo, valorizzato il fenomeno della progressiva emersione e scoperta nella donna della propria omosessualità, prima mai percepita né sperimentata a livello cosciente. Quindi, si perviene alla conclusione che la citata scoperta di una omosessualità mai colta prima, abbia, verosimilmente reso la moglie inadeguata al rapporto con il marito. Con la conseguenza che, nonostante la relazione omosessuale abbia costituito la causa ultima della rottura matrimoniale, essa non rivela tratti colposi, nel senso che la moglie, proprio in ragione del suo nuovo e ormai latente orientamento sessuale, non aveva coscienza e volontà di contravvenire ai doveri derivanti dal matrimonio. In altri termini, la relazione omosessuale intrattenuta dalla moglie ha costituito la causa ultima del fallimento del matrimonio, ma non è possibile imputare alla moglie un rimprovero per essere stata infedele al marito, atteso che la violazione del dovere di fedeltà è stato conseguenza dell’acquisita consapevolezza della moglie della sua condizione omosessuale. Fatto questo che ad avviso dei giudici milanesi va visto nell’ottica di una evoluzione del rapporto matrimoniale che ne rende obiettivamente impossibile il protrarsi.

Ancorchè, in parte, si condividono le innovative conclusioni in tema di imputabilità cui sono pervenuti i giudici milanesi, non può nuovamente sottacerci come nelle pieghe delle riferite argomentazioni sembra emergere, ancora una volta, l’archetipo della condizione omosessuale quale momento di coartazione della propria personalità e della capacità di saper fare scelte consapevoli e volontarie.

Estremizzando, sembrerebbe quasi riemergere l’idea della condizione omosessuale quale patologia psicologica, e non quale condizione di identità sessuale della persona. Il dubbio, in fondo, è proprio questo: è corretto considerare l’omosessualità alla stregua di una patologia tale da coartare la libertà del volere, e non invece una scelta consapevole e volontaria della persona, conseguenza della maturata identità sessuale? Sono domande alle quali non sono in grado di rispondere, ma ho trovato un interessante articolo di carattere psicologico e che trovo condivisibile al quale vi rimando.