La teoria generale del reato mira ad individuare l’insieme degli elementi comuni alle varie figure di reato. In realtà, infatti, non esiste un unico reato cui teoria generale del reatosi riconducibile ogni condotta penalmente illecita. Esistono, invece, diverse figure di reato, ciascuna avente proprie specifiche caratteristiche.

Esigenze di certezza e logico conoscitive hanno quindi spinto la scienza penalistica a fornire una definizione unitaria del reato definendone gli elementi costitutivi. Nella scienza penalistica italiana si sono contese la scena due principali teorie generali del reato:

  • la teoria bipartita
  • e la teoria tripartita.

Teoria generale del reato della scuola classica

La scuola classica propone una teoria generale del reato bipartita. Essa muoveva dalla premessa che il reato costituiva un entità di ragione. Era una teoria generale del reato a base ontologica. Il reato, secondo questa dottrina, presentava, a prescindere dalle contingenti valutazioni del legislatore, una propria carica offensiva.

Si tratta di una teoria generale del reato che affondava, infatti, le sue radici nel giusnaturalismo ottocentesco e nel quadro ideologico culturale del liberismo all'epoca dominante.

L’esigenza maggiormente sentita era quella di garantire l’individuo contro interventi arbitrari dello Stato. Questa istanza di garanzia, nel diritto penale, si traduceva nella necessità di porre un vincolo per il legislatore.

Da questo punto di vista, si comprende la nozione di reato come entità di ragione che ha una sua intrinseca carica offensiva. In tal modo, il legislatore doveva limitarsi ad elevare a reato solo quei fatti che possedessero la citata intrinseca carica offensiva.

Scomposizione del reato in due elementi

Allo stesso tempo, questa teoria generale del reato si proponeva di garantire la libertà dei consociati da eventuali arbitri del potere giudiziario. A questo obiettivo la dottrina classica perviene attraverso la bipartizione del reato in due elementi: oggettivo e soggettivo.

In particolare, nella teoria generale del reato della dottrina classica si distingueva tra:

  • forza fisica
  • forza morale.

La forza fisica si può tradurre nell’elemento oggettivo del fatto, ovvero la condotta e l’evento naturalistico ad essa casualmente riconducibile, ed il danno arrecato alla società.
La forza morale si può tradurre nell’elemento soggettivo del fatto, ovvero nel nesso psicologico tra autore e fatto commesso, e nel cattivo esempio derivante dalla condotta antisociale.

Secondo questa teoria generale del reato, il giudice era chiamato a rispondere a due domande.

  1. In primis, si trattava di capire se il fatto commesso costituisse un reato. Da questo punto di vista, il reato si configurava come fatto oggettivo socialmente dannoso. E la pena aveva una funzione retributiva, serviva, cioè, a ripagare la società e la vittima del male subito.
  2. In secondo luogo, il giudice doveva valutare l’imputabilità soggettiva di quel fatto al suo autore. Questo giudizio doveva tendere a verificare se l’imputato potesse essere considerato penalmente responsabile per quel fatto oggettivamente offensivo e dannoso.

Il nesso psichico tra fatto e autore doveva servire soltanto per individuare il fondamento della pena. Per poter reagire con la pena al male commesso con il reato era necessario poter accertare una colpevolezza da emendare.

Tripartizione nella teoria generale del reato

Alla teoria bipartita della scuola classica segue la teoria tripartita. Questa teoria generale del reato sviluppatasi in Germania all’inizio del corrente secolo, viene recepita negli anni 30 in Italia.

Differenze tra teoria della tripartizione e teoria bipartita della scuola classica

Con la teoria tripartita, alla scomposizione in due elementi, propria della scuola classica, si contrappone l'inserimento tra elemento oggettivo e soggettivo di una terza categoria intermedia: l'antigiuridicità.

Ma la differenza tra teoria bipartita classica e teoria tripartita è più profonda e non si limita all'antigiuridicità.

Nell'analisi classica del reato si restava ancorati ad una prospettiva ontologica del reato e restava, invero, estraneo il diritto positivo.

La teoria tripartita muove invece dal diritto positivo al quale guarda per individuare tre momenti di giudizio normativo. Essi corrispondono all'iter logico giuridico di accertamento processuale della responsabilità penale.

Secondo la teoria della tripartizione, il reato, nella sua struttura, si compone dei seguenti tre elementi:

  1. il fatto tipico
  2. l’antigiuridicità
  3. la colpevolezza.

FATTO TIPICO

Il fatto tipico costituisce il primo livello di qualificazione ed imputazione del fatto storico. A questa primo livello, il fatto umano, affinché sia penalmente rilevante deve essere conforme ad una fattispecie astratta di reato. La conformità del fatto ad una fattispecie di reato, quale descritta da una norma incriminatrice, costituisce il primo grado di imputazione della responsabilità penale.

Questa impostazione della teoria generale del reato risponde, quindi, al principio di materialità e al principio di legalità.

Quello che rileva per il diritto penale è il fatto umano che si estrinseca nella realtà oggettiva e che sia conforme al fatto di reato descritto da una data norma incriminatrice. In caso contrario, siamo al di fuori del penalmente rilevante.

Il giudizio di tipicità del fatto si traduce, pertanto, nell'accertamento che il fatto concreto presenti tutti gli elementi che delineano il volto di una specifica figura di reato.

ANTIGIURIDICITÀ

In base a questa teoria generale del reato, l’antigiuridicità è quell’elemento che serve a collegare il diritto penale all’ordinamento giuridico oggettivo.  Dire che il fatto umano sia conforme ad una figura di reato non significa, in automatico, affermare che sia un fatto contrario al diritto.  Vi sono, infatti, situazioni in presenza delle quali un fatto, che altrimenti sarebbe punibile, è giustificato.

Pertanto, il secondo giudizio normativo necessario per poter dichiarare la responsabilità penale dell'imputato è costituto dal giudizio di accertamento della contrarietà del fatto tipico al diritto oggettivo

Nonostante il fatto concreto sia tipico, potrebbe non essere contrario al diritto oggettivo. In tanto si può essere puniti per un fatto tipico, in quanto quel fatto non sia giustificato dall'ordinamento giuridico.

COLPEVOLEZZA

Nella teoria della tripartizione, la colpevolezza costituisce il terzo grado di imputazione del fatto. Il giudizio sulla responsabilità penale non può accontentarsi dell’accertamento della conformità del fatto concreto ad uno schema legale di reato e della sua antigiuridicità.

Si tratta di stabilire se il fatto storico, tipico ed antigiuridico, sia riconoscibile come fatto proprio del suo autore.

A tal fine, è necessario che quel fatto gli sia imputabile sotto il profilo soggettivo: a titolo di dolo o di colpa. Vi deve essere un imputazione soggettiva del fatto.

Il reato è un fatto umano. E l’uomo, dagli altri esseri viventi, si distingue per la capacità di autodeterminazione, cioè di scegliere se compiere o non compiere una data condotta.

La libertà di scelta presuppone che il fatto sia stato voluto dal suo autore o che l’autore non ha fatto quanto possibile per evitarlo.

Questo significa che il giudizio di colpevolezza si incentra sul nesso soggettivo tra fatto e autore.

Quindi, nella teoria generale del reato tripartita, il reato si configura come fatto tipico, antigiuridico e colpevole.